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Strategie di marketing

Email o social? Il canale che possiedi contro quello che affitti

La stessa promozione, mille follower e mille iscritti: i numeri di chi la vede davvero raccontano due canali che non giocano la stessa partita. Una guida per decidere dove mettere le energie — e in quale ordine.

7 min

Fai un esperimento mentale. Hai un’offerta buona — uno sconto vero, un prodotto appena arrivato — e la mandi nello stesso momento a mille follower della tua pagina e a mille iscritti alla tua newsletter. Sulla pagina, l’algoritmo mostrerà il post a poche decine di persone, selezionate con criteri che non conosci e che cambiano senza preavviso. Nella casella di posta, il messaggio arriverà a quasi tutti e mille, e in media due o tre su dieci lo apriranno. Il dibattito email marketing vs social comincia tutto qui: non da una preferenza estetica, ma da un’asimmetria che quasi nessun imprenditore ha mai misurato sul serio.

Perché non è una gara tra un canale vecchio e uno alla moda. È la differenza tra un canale che possiedi e uno che affitti. E le questioni di proprietà, si sa, si capiscono fino in fondo solo il giorno del trasloco.

L’algoritmo decide, la casella aspetta

Sui social, tra te e le persone che hanno scelto di seguirti c’è un intermediario invisibile. È lui a decidere chi vede cosa, quando, quante volte. La portata organica delle pagine aziendali si è compressa anno dopo anno fino a percentuali a una cifra: pubblichi per mille, parli con cinquanta. Non è un complotto, è un modello di business — lo spazio nel feed è limitato, i contenuti si moltiplicano, e la piattaforma preferisce che la visibilità la compri.

L’email funziona al contrario. Non c’è un feed da conquistare: c’è una casella che aspetta, e il tuo messaggio ci entra insieme a quelli del commercialista e della bolletta. Se l’indirizzo è valido e non hai fatto pasticci con lo spam, la consegna è la regola, non il premio. La differenza di fondo è questa: sul social competi ogni volta per il diritto di essere visto; con l’email quel diritto te lo sei già guadagnato al momento dell’iscrizione.

C’è poi il capitolo che nessuno vuole aprire: cosa succede se la piattaforma cambia idea. Quando Vine chiuse i battenti, creator con milioni di follower si ritrovarono da un giorno all’altro con un contatore a zero e nessun modo di contattare il proprio pubblico. Un account può essere sospeso per errore, una pagina penalizzata senza spiegazioni, un social intero può semplicemente passare di moda. La lista email, invece, è un file che esporti e porti con te: cambi piattaforma di invio come cambi corriere, i destinatari restano tuoi. È lo stesso principio per cui la newsletter è il canale che nessuno può toglierti: un patrimonio, non una concessione.

Due mestieri diversi, non due rivali

Detto questo, chiudere i profili social domattina sarebbe una pessima idea. Perché i due canali non fanno lo stesso mestiere, e giudicarli con lo stesso metro è l’errore che genera tutte le delusioni.

Il social è una piazza: ci si passa, ci si incuriosisce, si scopre che esisti. Nessuno cerca su una piattaforma il tuo negozio, ma può inciamparci — un reel, una foto condivisa da un amico, un post che l’algoritmo per una volta spinge. È il canale della scoperta, del primo contatto, della prova sociale. L’email è il retrobottega dove si coltiva la relazione: chi ti ha dato l’indirizzo ti ha già detto “raccontami di più”, e a quella persona puoi parlare senza intermediari, con calma, fino al momento dell’acquisto.

Il flusso naturale, allora, non è “email o social” ma social → lista. La piazza serve a riempire il retrobottega. Ogni contenuto social che funziona dovrebbe avere un’uscita verso l’iscrizione: una guida da scaricare, uno sconto di benvenuto, un contenuto riservato. Il follower è un applauso; l’iscritto è un appuntamento. E su come trasformare quell’appuntamento in un sistema che vende c’è tutto un mestiere, che parte dalle basi dell’email marketing fatto bene.

Quando i social bastano (e quando ti illudono)

Ci sono attività per cui i social, da soli, fanno quasi tutto il lavoro. Un brand fortemente visivo — moda, food, tatuaggi, interior design — vive di immagini, e la piazza è fatta per le immagini. Un pubblico molto giovane sta lì e legge poco la posta. Un acquisto d’impulso a basso prezzo si chiude nello scroll, senza bisogno di essere coltivato. In questi casi il social non è un ripiego: è il campo da gioco giusto, e conviene semmai ragionare su come dividere le energie tra organico e pubblicità a pagamento.

Il quadro si ribalta quando l’acquisto è ponderato o ricorrente. Un consulente, un’azienda B2B, un e-commerce che vive di clienti che tornano: qui la decisione matura in settimane, e nessun algoritmo ti garantisce di essere presente nel momento in cui matura. L’email sì, perché il ritmo lo detti tu. Non a caso le stime di settore più citate attribuiscono all’email uno dei ritorni sull’investimento più alti di tutto il marketing digitale: decine di euro generati per ogni euro speso, un rapporto che i social a pagamento raramente avvicinano.

L’illusione da evitare è quella del numero grosso. Diecimila follower sembrano un patrimonio, ma sono diecimila persone raggiungibili solo se un algoritmo lo concede. Cinquecento iscritti veri — clienti, interessati, persone che hanno lasciato l’indirizzo per scelta — valgono spesso di più, perché li raggiungi tutti, ogni volta, gratis.

Il termometro e la sfera di cristallo

Ultimo confronto, forse il più sottovalutato: la misurabilità. L’email ti restituisce dati con nome e cognome — chi ha aperto, chi ha cliccato, chi ha comprato, chi non apre da sei mesi e va risvegliato o salutato. Sono numeri su cui puoi costruire decisioni: segmentare, riprovare, personalizzare.

Le metriche social, in confronto, sono un termometro appeso fuori dalla finestra. Ti dicono che fa caldo o freddo — impression, like, copertura — ma raramente chi è quella gente, cosa ha fatto dopo, se tornerà. Sono utili per orientarsi, quasi inutili per decidere. Quando il budget è piccolo, e nelle PMI lo è sempre, la differenza tra un canale che si lascia leggere e uno che si lascia intuire non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra investire e sperare.

Torniamo all’esperimento dell’inizio, allora, e chiudiamolo. La stessa offerta, mille follower, mille iscritti: da una parte cinquanta sguardi distratti in mezzo allo scroll, dall’altra duecentocinquanta persone che hanno aperto una busta con il tuo nome sopra. La piazza serve, e va frequentata. Ma il giorno in cui hai qualcosa di importante da dire, vuoi dirlo in casa tua.

Domande frequenti

Meglio investire prima nell’email marketing o nei social?

Dipende da dove sei. Se nessuno ti conosce, i social servono a farti scoprire; se hai già clienti e contatti, la lista email è quasi sempre l’investimento con il ritorno più alto. La strategia matura li usa in sequenza: la piazza per farsi notare, la lista per coltivare e vendere.

Come porto i follower dentro la lista email?

Offrendo un motivo concreto per iscriversi: uno sconto di benvenuto, una guida utile, contenuti che sui social non pubblichi. Il link all’iscrizione va reso visibile ovunque — bio, post, storie — e ripetuto con costanza: una singola menzione non sposta nulla.

Quanti iscritti servono perché la newsletter abbia senso?

Molti meno di quanto pensi. Poche centinaia di contatti in target — clienti e persone davvero interessate — generano più risultati di migliaia di follower raggiunti col contagocce dall’algoritmo. La qualità della lista conta più della sua lunghezza.

I social possono sostituire del tutto l’email per una piccola impresa?

Solo in casi particolari: brand molto visivi, pubblico giovanissimo, acquisti d’impulso. Per tutti gli altri il rischio è costruire l’intera comunicazione su un terreno in affitto, dove le regole cambiano senza preavviso e il pubblico non è esportabile.

Decidere quale canale merita le tue energie — e in che ordine — è il tipo di conversazione da cui partiamo in Publilia.

Pubblicato il 23 Giugno 2025 Tutti gli articoli

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