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Marketing di settore

Marketing per avvocati: strategie efficaci nel rispetto della deontologia

Per un secolo la pubblicità è stata un tabù deontologico per gli avvocati, e qualche riflesso condizionato è rimasto. Ma i paletti ormai sono chiari: ecco le strategie che portano clienti senza sfiorare una violazione.

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Due giovani avvocati di Phoenix, John Bates e Van O’Steen, comprarono un annuncio sul quotidiano locale per promuovere la loro “clinica legale” a tariffe accessibili. L’ordine dell’Arizona li sospese. Loro impugnarono la sanzione e arrivarono fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che nel 1977 stabilì un principio destinato a fare il giro del mondo: anche l’informazione pubblicitaria di un avvocato è libertà di espressione. Il marketing per avvocati, come disciplina, nasce lì — da un procedimento disciplinare.

In Italia la storia è arrivata con calma. Per generazioni la pubblicità è stata considerata incompatibile con il decoro della toga: l’avvocato si sceglieva per passaparola, punto. Poi il decreto Bersani ha aperto alla pubblicità informativa per tutti i professionisti, e la riforma dell’ordinamento forense ha fissato le regole del gioco. Il risultato è un paradosso tutto italiano: promuoversi è lecito da tempo, ma molti studi si comportano ancora come se fosse proibito. E lasciano il campo libero a chi si muove.

Il perimetro: cosa dice davvero il codice deontologico

Prima delle strategie, i paletti. Il Codice deontologico forense consente all’avvocato di dare informazioni sulla propria attività professionale, purché siano trasparenti, veritiere e corrette. Niente promesse di risultato, niente toni suggestivi o comparativi, niente riferimenti a clienti assistiti senza il loro consenso. E soprattutto niente accaparramento di clientela: vietato offrire compensi a chi procura contatti, vietato presentarsi non richiesti sul luogo di un incidente — sì, il codice lo scrive proprio.

Letti bene, questi limiti non sono un ostacolo al marketing. Sono un filtro di qualità. Escludono esattamente il marketing peggiore — quello urlato, ingannevole, da televendita — e lasciano intatto tutto ciò che funziona sul serio: informare, spiegare, dimostrare competenza. Per uno studio legale la deontologia non è la gabbia; è il posizionamento.

Scrivere ciò che le persone cercano alle undici di sera

Chi ha un problema legale non cerca “miglior avvocato”: cerca il problema. “Separazione con figli come funziona”, “licenziamento per giusta causa preavviso”, “eredità con testamento impugnabile”. Sono domande precise, spesso digitate di notte, in un momento di ansia. Lo studio che pubblica risposte chiare a quelle domande — articoli brevi, senza latinismi, con esempi concreti — intercetta il cliente nel momento esatto in cui sta decidendo di chi fidarsi.

Questo è il cuore del content marketing legale, ed è pubblicità informativa allo stato puro: nessuna promessa, nessun paragone, solo competenza dimostrata invece che dichiarata. Un articolo che spiega bene un istituto giuridico lavora per anni, si posiziona sui motori di ricerca e fa da biglietto da visita perpetuo. Con un vincolo di serietà: le risposte generiche vanno bene per orientare, mai per sostituire la consulenza — e dirlo esplicitamente, oltre che corretto, aumenta la fiducia.

La specializzazione moltiplica tutto. “Avvocato” è una categoria; “avvocato che si occupa di diritto del lavoro per il settore sanitario” è una risposta. Più il campo è definito, meno concorrenza c’è sulla ricerca e più il contenuto suona autorevole.

La geografia conta più della toga

La stragrande maggioranza delle ricerche di un legale è locale: “avvocato divorzista Firenze”, “avvocato penalista Prato”. Qui la partita si gioca su strumenti quasi banali e sistematicamente trascurati. Un sito professionale veloce, con una pagina per ogni area di attività e una biografia che parli di persone, non di “primari studi”. Una scheda Google dell’attività completa di orari, foto vere e indirizzo corretto: è spesso il primo contatto tra lo studio e il cliente, e uno studio con la scheda abbandonata comunica la stessa cosa di una targa d’ottone ossidata.

Poi ci sono le recensioni, il passaparola con il megafono. Un cliente soddisfatto che racconta di essersi sentito ascoltato e informato vale più di qualunque annuncio, ed è perfettamente lecito che lo scriva. Ciò che l’avvocato non può fare è comprarle, sollecitarle in modo aggressivo o rispondere rivelando dettagli del mandato: anche una replica piccata a una recensione negativa può trasformarsi in una violazione del segreto professionale. La regola pratica è una: rispondere sempre, con misura, senza mai entrare nel merito del caso.

La reputazione si costruisce prima del mandato

C’è infine il canale che agli avvocati riesce meglio, perché somiglia a ciò che fanno da sempre: prendere la parola. Un profilo LinkedIn curato, interventi a convegni, un commento tecnico quando una sentenza fa discutere, una newsletter sobria per clienti e colleghi. Non è vendita, è presenza: il nome che viene in mente quando qualcuno chiede “conosci un buon avvocato per questa cosa?”. Il passaparola non è morto — si è solo trasferito online, e premia chi era visibile prima che il bisogno nascesse.

Il filo che tiene insieme tutto è la coerenza. Sito, scheda Google, articoli, profilo LinkedIn e persino la firma delle email devono raccontare lo stesso studio, con lo stesso tono: è la differenza tra fare un po’ di comunicazione e avere un’identità. Le grandi law firm americane lo hanno capito da decenni e hanno interi reparti dedicati; uno studio italiano di tre persone può ottenere lo stesso effetto con metodo e costanza, senza budget da multinazionale.

Bates e O’Steen, dopo la sentenza, tornarono semplicemente a fare gli avvocati — con la differenza che adesso i clienti sapevano che esistevano, e quanto costava un divorzio non contenzioso. Tutto qui. Il marketing per avvocati, mezzo secolo dopo, è ancora quella cosa lì: farsi trovare da chi ha bisogno, dire la verità su ciò che si sa fare, e lasciare che sia la competenza a chiudere il discorso.

Domande frequenti

Un avvocato può fare pubblicità in Italia?

Sì. La pubblicità informativa è consentita: l’avvocato può comunicare aree di attività, titoli, specializzazioni e struttura dello studio, purché l’informazione sia trasparente, veritiera e corretta, e non comparativa o denigratoria.

Cosa non può fare un avvocato per promuoversi?

Non può promettere risultati, usare toni suggestivi o ingannevoli, citare i clienti senza consenso, né ricorrere all’accaparramento di clientela, per esempio pagando procacciatori di contatti. Sono limiti fissati dal Codice deontologico forense.

Da dove conviene iniziare con il marketing di uno studio legale?

Dalle fondamenta: un sito chiaro con una pagina per ogni area di attività, la scheda Google dell’attività completa e qualche contenuto che risponda alle domande reali dei clienti. Solo dopo ha senso investire su canali aggiuntivi.

Le recensioni online sono compatibili con la deontologia?

Le recensioni spontanee dei clienti sì. L’avvocato non deve comprarle né sollecitarle in modo scorretto e, nel rispondere, non può rivelare informazioni coperte dal segreto professionale, nemmeno per difendersi da una critica.

Aiutare i professionisti a farsi trovare senza snaturarsi è il lavoro quotidiano di Publilia.

Pubblicato il 2 Gennaio 2025 Tutti gli articoli

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