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Marketing di settore

Marketing per ristoranti: riempire i tavoli senza svendere

Il coupon riempie la sala una volta e la svuota per sempre: attira chi cerca lo sconto, non il tuo ristorante. C'è un altro modo di riempire i tavoli del martedì, e passa dal menù, dalle recensioni e da qualche foto in meno.

7 min

Martedì sera, otto e mezza. Ottanta coperti, dodici occupati, e il rumore più forte in sala è la macchina del caffè. Il ristoratore guarda i tavoli vuoti e fa il ragionamento che hanno fatto migliaia di colleghi prima di lui: metto un’offerta, un coupon, un “due per uno”, qualcosa che porti gente. È il momento esatto in cui il marketing per ristoranti si biforca — da una parte la strada che riempie la sala una volta e la svuota per sempre, dall’altra quella più lenta che costruisce un locale pieno anche quando fuori piove.

Partiamo dalla prima, perché è la più battuta e la più insidiosa.

Lo sconto attira chi ama lo sconto

Il coupon funziona, nel senso più letterale: la gente arriva. Il problema è chi arriva. Le ricerche della Rice University sulle piattaforme di sconti collettivi hanno raccontato una storia scomoda: una quota consistente dei ristoratori giudicava l’operazione in perdita, e solo una minoranza dei clienti arrivati col coupon tornava poi a pagare il prezzo pieno. Non è sfortuna. È selezione: un’offerta al cinquanta per cento non attira persone che cercano il tuo ristorante, attira persone che cercano il cinquanta per cento. Il giorno che lo sconto lo fa il locale in fondo alla via, loro sono già là.

C’è anche un danno meno visibile. Il prezzo, in un ristorante, non è solo una cifra: è una dichiarazione su cosa vale quello che esce dalla tua cucina. Chi ha pagato quindici euro un menù che ne vale trenta non ha imparato che sei conveniente — ha imparato che trenta era un prezzo gonfiato. È la stessa logica per cui un orafo non svende mai il proprio lavoro: quando vendi qualcosa che ha a che fare con la fiducia e con l’identità, ogni ribasso è una piccola confessione.

La tirannia della stellina

Se lo sconto è la tentazione, le recensioni sono il clima: non le scegli, ci vivi dentro. Uno studio della Harvard Business School condotto da Michael Luca sui ristoranti di Seattle ha misurato l’effetto con una precisione quasi crudele: una stella in più sulla valutazione media si traduce in un aumento dei ricavi tra il cinque e il nove per cento. Una stella. Non un restyling, non una campagna: la media aritmetica delle opinioni altrui.

La reazione sbagliata è ossessionarsi con le singole recensioni negative, magari rispondendo con la permalosità di chi si sente accoltellato. La reazione giusta è trattare le recensioni come un flusso da alimentare: più recensioni genuine arrivano, meno pesa quella storta. Il momento d’oro per chiederle esiste ed è uno solo — quando il cliente, a fine cena, ti fa i complimenti. Lì una frase semplice (“ci farebbe piacere se lo scrivesse anche online”) converte più di qualsiasi cartellino sul tavolo. E alle recensioni negative si risponde sempre, con tono da padrone di casa: chi legge non è quasi mai l’autore della recensione, è il prossimo cliente che sta decidendo.

Il venditore migliore lavora gratis ed è plastificato

Ogni sera, ogni singolo cliente seduto legge un documento che hai scritto tu: il menù. Ed è sorprendente quanta poca strategia ci finisca dentro. Esiste una disciplina intera, l’ingegneria del menù, che tratta quella pagina come uno spazio pubblicitario a rendimento altissimo — perché lo è: nessun altro tuo testo viene letto dal cento per cento dei clienti a un minuto dalla decisione d’acquisto.

Qualche principio regge da decenni. Il piatto civetta, per cominciare: una portata dal prezzo volutamente alto in cima alla lista non serve a essere venduta, serve a far sembrare ragionevole tutto quello che le sta sotto. È un’applicazione da manuale dell’effetto esca: giudichiamo i prezzi per confronto, e chi scrive il menù decide i termini del confronto. Poi c’è il simbolo dell’euro: gli studi condotti alla Cornell in collaborazione con una scuola di cucina hanno osservato che i clienti tendono a spendere di più quando i prezzi sono numeri nudi — “24” invece di “€ 24,00” — perché il simbolo di valuta risveglia il dolore del pagamento. E le descrizioni: due righe che raccontano provenienza e preparazione (“guanciale di Norcia”, “pasta trafilata al bronzo”) alzano in modo misurabile sia le vendite del piatto sia la soddisfazione percepita di chi lo mangia. Le parole condiscono.

Il menù chilometrico, invece, lavora contro di te due volte: paralizza il cliente e gli suggerisce che nessuno di quei sessanta piatti può essere davvero fresco. Corto è credibile.

La foto del piatto è un’arma a doppio taglio

Sulle fotografie del cibo vige una regola non scritta che ogni viaggiatore conosce d’istinto: il menù plastificato con le foto sbiadite dei piatti, esposto fuori dalla porta, è il segnale universale della trappola per turisti. Dentro il menù di un ristorante che si rispetta, le foto non entrano. Fuori, invece — sui social, sulle schede online, sulle piattaforme di consegna — le foto sono tutto: un piatto fotografato male è un piatto che non esiste.

La discriminante è la qualità, e qui i ristoratori commettono l’errore speculare a quello del coupon: risparmiano dove si vede di più. Una carbonara ripresa col neon della cucina e l’ombra del telefono ha lo stesso effetto di una recensione a una stella, solo che te la sei scritta da solo. Il cibo è tra i soggetti più difficili da fotografare bene — luce, vapore, tempi di deperimento del piatto contano quanto l’inquadratura — ed è uno dei casi in cui lo sguardo di un fotografo professionista si ripaga a ogni ordine in più. Le foto belle dei tuoi piatti, peraltro, le scattano anche i clienti: un piatto pensato per essere fotografato è pubblicità che si impiattano da soli.

Il martedì non si vince col sabato

E torniamo alla sala mezza vuota dell’inizio. L’errore di prospettiva è trattare il martedì come un sabato venuto male: stessa offerta, stesso pubblico, solo meno gente. Ma il sabato e il martedì sono due mercati diversi. Il sabato vendi l’occasione — la coppia, il compleanno, la cena fuori come evento. Il martedì l’occasione non c’è: devi crearla tu, o rivolgerti a chi esce a cena senza bisogno di un motivo, cioè chi abita e lavora nel quartiere.

Per il primo caso funzionano i format: la serata a tema fissa, il menù del mercato che cambia ogni settimana, il piatto che esiste solo quel giorno. Non sconti: motivi. Per il secondo serve un lavoro paziente di radicamento: farsi conoscere da uffici, negozi e residenti nel raggio di dieci minuti a piedi, diventare “il posto sotto l’ufficio” di qualcuno. Il cliente del martedì ideale non arriva da un coupon: arriva da duecento metri, torna ogni settimana, e il cameriere sa già cosa beve.

Il tavolo del martedì, insomma, non si compra. Si coltiva. E quando è coltivato bene, è il tavolo che tiene in piedi il conto economico molto più del pienone del sabato: perché il sabato si riempie da solo, il martedì si riempie per te.

Domande frequenti

Le promozioni sono sempre da evitare per un ristorante?

No: sono da progettare. Un’offerta funziona se ha un motivo leggibile (il nuovo menù da far assaggiare, la serata di apertura infrasettimanale) e un confine chiaro. Da evitare è lo sconto generalizzato e ricorrente, che riposiziona il locale verso il basso.

Conviene rispondere alle recensioni negative?

Sì, sempre, entro pochi giorni e senza polemica. La risposta non è per chi ha scritto la recensione ma per le centinaia di persone che la leggeranno decidendo se prenotare. Tono da padrone di casa: dispiacere, una spiegazione asciutta, un invito a tornare.

Mettere le foto dei piatti nel menù aiuta a vendere?

Nel menù cartaceo di un ristorante che punta sulla qualità, in genere no: è un codice associato alla ristorazione turistica. Le foto professionali servono altrove — social, schede online, piattaforme di consegna — dove sono spesso l’unico contatto tra il piatto e chi deve sceglierlo.

Qual è la prima cosa da sistemare con un budget piccolo?

Il menù e la scheda Google del locale: costano poco e li vede chiunque stia per decidere. Un menù riscritto con criterio e una scheda con foto curate, orari esatti e risposte alle recensioni rendono più di qualsiasi campagna improvvisata.

Se il tuo martedì somiglia a una sala d’attesa, il posizionamento dei ristoranti è uno dei mestieri di Publilia.

Pubblicato il 4 Marzo 2025 Tutti gli articoli

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