Ivrea e Olivetti: quando la fabbrica era bellezza
Una fabbrica con le pareti di vetro, perché gli operai potessero vedere le montagne. A Ivrea la Olivetti costruì qualcosa che non era mai esistito: una città dove l'industria si prese cura delle persone, e che oggi l'UNESCO protegge come un'idea.

C’è una strada, a Ivrea, dove le fabbriche non hanno muri. Si chiama via Jervis, e per quasi un chilometro le officine si susseguono come acquari: facciate di vetro dal pavimento al soffitto, doppie pelli trasparenti, luce dappertutto. Chi lavorava lì dentro, alle presse o al montaggio, alzava gli occhi e vedeva la Serra morenica, la collina verde che chiude l’anfiteatro del Canavese. Non era un vezzo da architetti. Era il programma politico di un’azienda. A Ivrea la Olivetti non costruì soltanto macchine per scrivere: costruì una tesi su cosa dovesse essere una fabbrica, e la scrisse col vetro invece che col cemento.
Quella tesi oggi ha un timbro ufficiale. Ma per capire come un capoluogo di provincia piemontese sia finito nella lista del patrimonio mondiale accanto alle piramidi e alla Grande Muraglia, bisogna partire da un capannone di mattoni rossi.
Il padre coi mattoni, il figlio col vetro
Ottobre 1908. Camillo Olivetti, ingegnere eporediese con studi negli Stati Uniti e una barba da profeta, fonda la “Ing. C. Olivetti & C., prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere”. Il nome è insieme una dichiarazione e una scommessa: in Italia le macchine per scrivere si importano, nessuno le produce. Gli operai sono una ventina, l’edificio è un solido parallelepipedo di mattoni rossi che sta ancora lì, all’inizio di via Jervis, come la prima pagina di un libro.
La prima macchina, la M1, debutta all’Esposizione Universale di Torino del 1911, e già lì Camillo dimostra di aver capito qualcosa che ai suoi concorrenti sfuggiva: una macchina per scrivere non deve solo funzionare, deve anche avere un aspetto. Secondo la tradizione aziendale, Camillo pretendeva per le sue macchine un’estetica seria ed elegante, non da gingillo di salotto. Il gusto come specifica tecnica: il principio che riassumerà mezzo secolo di Olivetti è già in fabbrica prima ancora che il progetto passi al figlio.
Camillo è un imprenditore all’antica nel senso migliore: severo, paternalista, convinto che il padrone risponda dei suoi operai. Ma è il figlio, Adriano, a trasformare questa etica domestica in un progetto di civiltà. Adriano visita da giovane le fabbriche americane, studia l’organizzazione scientifica del lavoro, e ne torna con una convinzione controcorrente: l’efficienza non basta, la catena di montaggio senza uno scopo umano è una macchina che macina persone. Quando prende le redini dell’azienda, tra gli anni Trenta e Quaranta, comincia a costruire la sua risposta. Letteralmente.
Chiama due giovani architetti razionalisti, Luigi Figini e Gino Pollini, e affida loro l’ampliamento delle officine. Tra il 1934 e il 1958 i due firmano le successive espansioni delle Officine ICO lungo via Jervis: ed è qui che compare il vetro. Pareti trasparenti verso la strada e verso le montagne, perché la fabbrica non deve nascondersi e chi ci lavora non deve dimenticare dov’è. Dentro, luce naturale sui banchi di lavoro. Fuori, un messaggio leggibile da chiunque passi: qui non abbiamo niente da nascondere.
Un’azienda che si fa vedere mentre lavora, decenni prima che “trasparenza” diventasse una parola da bilancio sociale.
Il salario, l’asilo, la biblioteca
Il vetro, da solo, sarebbe rimasto scenografia. Quello che rese Ivrea un caso unico fu ciò che Adriano costruì intorno alle officine: un sistema di servizi sociali che in Italia non aveva precedenti, e che nel resto del mondo industriale si faticherebbe a trovare anche oggi.
A partire dalla fine degli anni Trenta sorgono, sempre su disegno di Figini e Pollini e degli altri architetti chiamati a Ivrea, l’asilo nido per i figli dei dipendenti, le case operaie di Borgo Olivetti, e poi la cosiddetta fascia dei servizi sociali, proprio di fronte alle officine: biblioteca, infermeria, sale di riunione, mensa. La biblioteca di fabbrica arrivò a contenere decine di migliaia di volumi, e non era un armadio di manuali tecnici: c’erano i romanzi, la filosofia, le riviste. Si poteva leggere in pausa pranzo, a due passi dalla linea di montaggio.
Poi i numeri, che a Ivrea parlavano più dei manifesti. Salari tra i più alti dell’industria italiana. Nel 1956 l’orario settimanale scende da 48 a 45 ore a parità di paga, anni prima che i contratti nazionali arrivassero allo stesso traguardo. Servizi per la maternità e per l’infanzia, colonie estive, trasporti per chi arrivava dalle valli. Il paradosso che manda in cortocircuito ogni manuale di economia è che tutto questo non rese l’azienda meno competitiva: negli anni di Adriano la Olivetti cresce, esporta, apre consociate all’estero e diventa un nome mondiale.
C’è di più, e riguarda le persone che Adriano volle in azienda. A Ivrea lavorarono scrittori come Paolo Volponi, che diresse i servizi sociali, e Ottiero Ottieri, che si occupò di selezione del personale e da quell’esperienza tirò fuori romanzi memorabili. Non erano ornamenti: erano il segno che per Adriano dirigere una fabbrica significava capire gli esseri umani, e che a capire gli esseri umani sono allenati i poeti almeno quanto gli ingegneri. Un’impresa, prima di qualsiasi campagna, comunica con ciò che è: le facce, i luoghi, i gesti — la stessa ragione per cui oggi diciamo che dare un volto credibile all’azienda vale più di dieci slogan.
Nel 1955, inaugurando il nuovo stabilimento di Pozzuoli — un edificio affacciato sul golfo, disegnato perché “la bellezza del luogo” entrasse nei reparti — Adriano pronunciò le parole che riassumono tutto: “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”. Non era una domanda retorica. Era il progetto di Ivrea, formulato ad alta voce.
L’altra company town, cento chilometri più in là
Per misurare quanto Ivrea fosse anomala basta guardare cosa succedeva a un’ora di treno. Anche Torino era una company town — la company town italiana per eccellenza — ma costruita su una grammatica opposta. La Fiat plasmò la sua città attraverso la scala: stabilimenti giganteschi, decine di migliaia di operai, interi quartieri cresciuti per alloggiare le ondate migratorie che la fabbrica chiamava a sé. Torino divenne una città-macchina, potente e verticale, dove l’industria dettava i ritmi, la geografia e perfino l’urbanistica. Il suo monumento è il Lingotto, la fabbrica con la pista di collaudo sul tetto: un’immagine formidabile, ma di potenza, non di misura. Lassù correvano le automobili; a Ivrea, alla stessa altezza, c’erano le finestre da cui si guardava la collina.
Ivrea scelse la miniatura e la misura. Dove Torino moltiplicava, Ivrea componeva: una fabbrica, i servizi di fronte, le case a distanza di passeggiata, la collina sullo sfondo. Dove la grande industria torinese trattava la città come un serbatoio di forza lavoro, Adriano trattava il territorio come un organismo da tenere in equilibrio — al punto da teorizzarlo in un movimento politico e culturale, Comunità, fondato nel 1947, e da farsi eleggere sindaco di Ivrea nel 1956. Il capo dell’azienda che amministra la città: in qualsiasi altro contesto sarebbe il ritratto di un conflitto di interessi. A Ivrea fu il tentativo, discutibile quanto si vuole ma sincero, di saldare fabbrica e territorio in un progetto solo.
Due modelli, due esiti. Non è un giudizio morale, è un esperimento naturale: il Novecento italiano ha prodotto entrambe le versioni della città industriale, e le ha messe a cento chilometri di distanza, come per invitarci al confronto.
Il treno per Losanna
Il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti sale su un treno diretto a Losanna. Non arriverà: un’emorragia cerebrale lo uccide durante il viaggio, a 58 anni. La notizia piomba su Ivrea come un lutto di famiglia, perché di questo si trattava: decine di migliaia di persone la cui vita — casa, asilo, biblioteca, stipendio — passava da un uomo e dalla sua idea. Ed è qui che il modello mostra la sua fragilità costitutiva: una comunità costruita attorno a una visione ha l’architettura di una cattedrale gotica, magnifica e interamente appesa alla chiave di volta.
L’ironia della sorte volle che Adriano morisse nel momento di massimo slancio. L’anno prima l’azienda aveva presentato l’Elea 9003, uno dei primi calcolatori al mondo interamente a transistor, progettato da una squadra guidata da Mario Tchou e vestito da Ettore Sottsass: l’informatica italiana era, per un attimo, in testa al gruppo. Ma senza Adriano il progetto perse il suo protettore. Nel 1964 la divisione elettronica fu ceduta alla General Electric, con una decisione che a distanza di decenni viene ancora studiata come uno dei grandi bivi mancati dell’industria italiana. Il paese che aveva il computer rinunciò al computer.
La parabola successiva è nota: la Olivetti visse altre stagioni, alcune brillanti, poi il lento declino, la diaspora, i capannoni che si svuotano. La Lettera 22, la portatile che aveva conquistato il mondo e i musei, continuò a battere nelle redazioni ancora per decenni — ma era il prodotto a sopravvivere, non più il sistema che l’aveva generato. Restava da capire cosa ne sarebbe stato del contenitore: una città costruita attorno a un’idea, quando l’idea non ha più un’azienda che la incarna.
Ventisette edifici e una tesi
La risposta è arrivata da Parigi, o meglio dal comitato del patrimonio mondiale. Nel luglio 2018 l’UNESCO ha iscritto “Ivrea, città industriale del XX secolo” nella lista del patrimonio dell’umanità: ventisette tra edifici e complessi architettonici, costruiti tra il 1930 e il 1960 lungo l’asse di via Jervis — officine, case, asilo, servizi sociali, il centro studi.
Vale la pena fermarsi sulla motivazione, perché è lì il punto. L’UNESCO non ha premiato la bellezza dei singoli edifici, che pure c’è: ha riconosciuto Ivrea come testimonianza di un’idea alternativa di città industriale, un modello in cui la produzione, l’abitare e i servizi alla persona furono pensati insieme, come parti di un unico disegno. In altre parole: nella lista non è entrata un’architettura, è entrata una tesi. La tesi di Adriano — che l’impresa possa darsi fini oltre l’indice dei profitti — è diventata patrimonio dell’umanità mentre l’impresa che l’aveva formulata usciva di scena.
È difficile trovare, in tutta la storia industriale, un caso più netto di marca che sopravvive al proprio business. La Olivetti non produce più macchine per scrivere da decenni, eppure “Olivetti” continua a significare qualcosa di preciso: un modo italiano di tenere insieme tecnica e cultura, profitto e responsabilità, fabbrica e paesaggio. Le aziende spendono fortune per associarsi a valori del genere. Ivrea li ha murati, letteralmente, dentro chilometri di vetro e cemento: il posizionamento più solido è quello che si può visitare a piedi.
Quello che il vetro continua a dire
Oggi via Jervis è un luogo strano e commovente. Le facciate trasparenti ci sono ancora; dietro alcune si sono insediate nuove attività, altre aspettano. Ci passano studiosi di architettura da mezzo mondo, turisti con la guida in mano, ex dipendenti che indicano le finestre dei reparti dov’erano giovani. La fabbrica come monumento è un genere che di solito mette tristezza — la ciminiera spenta, il cancello arrugginito. Ivrea no. Ivrea non commemora una produzione: custodisce una domanda.
La domanda di Pozzuoli, appunto. Può l’impresa darsi dei fini oltre il profitto? Ogni epoca la riformula col proprio vocabolario — responsabilità sociale, sostenibilità, purpose — e quasi sempre la annacqua in una slide. A Ivrea la risposta è consultabile di persona: ha la forma di un asilo, di una biblioteca a due passi dalle presse, di una parete di vetro orientata verso la collina. Chi lavora nella comunicazione dovrebbe andarci almeno una volta, in pellegrinaggio laico: per ricordarsi che l’identità di una marca, quando è vera, non si dichiara. Si costruisce, e poi resta lì — anche quando la fabbrica tace, anche quando tutti quelli che l’hanno voluta non ci sono più — a dire esattamente la stessa cosa a chiunque passi.
Le identità che durano si costruiscono con pazienza, un pezzo alla volta: è il lavoro che facciamo ogni giorno in Publilia.
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